IL MIO BERCHET

Associazione ex allievi ed ex insegnanti del Liceo Ginnasio Giovanni Berchet di Milano

Lettere al Berchet

Ricordi e pensieri di ex studenti ed ex docenti per il loro liceo.

Bruno Nacci

Bruno Nacci

Studente dal 1963 al 1968, docente dal 1989 al 1999

Caro Berchet,

dove ho trascorso, da studente prima e poi da insegnante, quindici anni della mia vita. Di te vorrei ricordare l’angolo meno rinomato, più trascurato ma anche più ambito: il cortile! Molti anni fa, si capisce da certi dettagli superati dal tempo, ho scritto questo ricordo, insieme ad altri, che ti dedico.

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Difficile immaginare una scuola senza uno o due cortili. Difficile immaginare il cortile di una scuola senza alberi. Al centro, il campo di pallacanestro e in un angolo, a volte, una catasta di vecchie sedie capovolte che qualche Organo competente si è dimenticato di sgombrare. Il cortile, dopo l’introduzione delle severe norme antifumo, è diventato l’immenso posacenere della scuola. Nell’intervallo vi sciamano studenti e insegnanti. Si formano gruppi vocianti e le belle si staccano da uno all’altro come le api sui fiori.

Ma il cortile è anche il paesaggio su cui vagano dalle finestre, durante le lezioni, gli sguardi colmi di sensazioni indefinite degli studenti e quelli, tanto più rassegnati, dei loro professori. I più fortunati arrivano a vedere le tegole del tetto e il cielo, l’eterna illusione dei carcerati e dei carcerieri.

L’altro cortile è diventato un parcheggio. Lì si misura lo stato sociale degli insegnanti, unici destinatari del privilegio. I più abbienti arrivano a bordo di vecchie Panda con l’immancabile bollo del WWF. I single maschi e le insegnanti di educazione fisica scendono da immense Kawasaki e BMW blu o rosse che costituiscono l’invidia e il motivo, spesso l’unico, di conversazione con i loro allievi che, in considerazione anche del comune casco accessoriato, li considerano allievi ad honorem. Due motociclisti sanno sempre di cosa parlare.

Durante le ore di scuola il cortile serve per le partite comandate dal fischietto dell’arbitro o per le corse di resistenza. I ciccioni sbanfano, le gazzelle saltellano sulle lunghe gambe, gli atleti sfrecciano con leve potenti e pelose. Spesso di sera, dopo un Consiglio di Istituto e un Collegio, gli angoli bui del cortile favoriscono l’ultima chiacchiera prima di tornare a casa per la cena. A volte spuntano simpatie. Altre volte, i vecchi scolari riscoprono all’improvviso un amore ingentilito da tardive timidezze, dopo anni di consecutio, compiti in classe e rate del mutuo da pagare.

Tutti, almeno una volta, si sono chiesti come sia il cortile, circondato dai muri della scuola, durante la notte. Forse si accendono tutte insieme le luci nelle classi, e al riverbero dei vetri tornano a formarsi i capannelli con i fantasmi di quelli che furono studenti trenta o cinquanta anni fa? Forse dopo mezzanotte le luci si spengono poco a poco come nei palchi vellutati della Scala, e i fantasmi rientrano nel loro mondo di fantasmi, per plotoni, compagnie, reggimenti, quelli che una guerra non dichiarata decimò per sempre?

Bruno Nacci

Riccardo Usuelli

Riccardo Usuelli

Studente dal 1983 al 1987

Carissimo Berchet, carissimi studenti di oggi ed ex ragazzi di ieri,

guardare indietro al 1987, anno della mia maturità (quanto meno scolastica), fa un certo effetto: un’epoca in cui non c’erano né social né intelligenza artificiale, dove Porta Romana e le aule del nostro liceo vibravano di un’energia, di un dibattito e di una passione politica e culturale travolgenti.

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Chi c’era allora ricorda bene come il nostro amato e irriverente giornalino “Berscè” sfuggì di mano fino a trovarsi al centro dei riflettori di tutti i media nazionali, trasformandoci tutti, volenti o nolenti, in protagonisti di una storia indimenticabile.

Tra aule severe, intraducibili versioni di greco, accese assemblee e quel pizzico di sana follia giovanile, al Berchet non abbiamo soltanto studiato: ci siamo formati come persone, imparando a pensare con la nostra testa e a difendere le nostre idee.

Quando anni dopo abbiamo fondato l’associazione “Il Mio Berchet”, lo abbiamo fatto guidati proprio da quel viscerale senso di appartenenza che, una volta entrato nelle vene, non ti abbandona più.

Ai ragazzi che oggi varcano il portone di via della Commenda con lo zaino in spalla voglio dire questo: vivete ogni singolo secondo di questi anni, metteteci passione, discutete, sbagliate, amate e abbiate il coraggio di far sempre sentire la vostra voce. State attraversando il periodo più bello, intenso e fondativo della vostra vita: custoditelo e rendetelo memorabile.

Con immutato affetto e orgoglio berchettiano,
Riccardo Usuelli

Marco Sartori

Marco Sartori

Studente dal 1995 al 2000, fondatore dell’Associazione

Caro Berchet,

mi ricordo di un’intervista al preside Innocente Pessina, pubblicata su Linkiesta nel dicembre 2011, che qui ti riporto.

«Il segreto è il Greco antico»

Il greco antico come metodo di studio, il calo degli iscritti al liceo classico, le nuove proposte della scuola e l’alleanza necessaria tra famiglie e insegnanti.

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Svoltato l’angolo di Via Lamarmora ed entrato in Via della Commenda, l’ombra della strada, in basso, e gli edifici illuminati da un pallido sole, in alto, sono sempre gli stessi. Sempre le stesse le sagome dei portoni della Majno, prima, e del Berchet, subito dopo, che varco, con un pizzico di esitazione. «Ne ho fatto parte per cinque anni, ora che cosa c’entro?» penso. Tutto uguale, tranne una vernice nuova alle porte di ingresso (undici anni fa erano grigine, adesso di un scintillante marrone scuro) ed un plasma sospeso nell’atrio che annuncia qualcosa. Più o meno sotto il quale, nel 1996, un ragazzo a squarciagola talvolta annunciava – dopo una votazione sommaria per alzata di mano, che contrapponeva ciellini e comunisti (e qualche trapiantato pianista montecitoriano che di mani ne alzava due) – «l’autogestione è passata!!!». Mi dirigo verso le scale e l’aroma di brioches appena sfornate mi raggiunge. E mentre mi nasce in gola una lieve nostalgia che mi percorre e cresce inarrestabile, salgo i gradini di pietra materica (sempre uguali) che, avvitandosi verso destra in tre rampe, guadagnano il primo piano. Ma poco prima dell’ultima, ecco da un finestrone appaiono gli alberi del cortile, ed il ricordo dei dieci minuti di intervallo delle 11 e 10, tra la terza e la quarta ora, della prima sigaretta (ma solo per farmi bello, fumare mi avrebbe poi ripugnato) e dei primi amori, prepotentemente mi assale. Quando infine arrivo al primo piano, ed un volto sorridente del personale mi dice «Io mi ricordo di te, sei Marco Sa….» e, in quella pausa, squilla la campanella della fine dell’ora (accidenti, suoni esattamente come l’ultima volta, è sempre la stessa nota), faccio un notevole sforzo per bloccare una specie di singhiozzo. Procedo a sinistra, leggo la targa «Presidenza» del Prof. Innocente Pessina e busso. Sono in anticipo di sette minuti Se me ne concede due allunghiamo di cinque! Aspetto, dopodiché mi chiama. Il tricolore ed altre due bandiere (Unione Europea e Regione Lombardia), l’antico mobilio e un’ampia scrivania al di là della quale il Preside gentilmente mi invita con un «Si accomodi pure» risvegliano un timore reverenziale, mai sopito, per la mia cara e vecchia Scuola. Il Preside del Liceo, Prof. Innocente Pessina Buongiorno Preside. Questa intervista sarà “postata” sul sito de Linkiesta… Vengo subito interrotto e “sgridato”. Eccolo, un altro che adopera il verbo «postare». L’ho cercato sul dizionario italiano, ma proprio non c’è. Ma ormai tutti i miei ragazzi sembrano comunicare solo per sms, con le «K» al posto del «CH» e con i «NN» al posto del «NON». È importante, a mio avviso, difendere la lingua italiana nella sua purezza, ma mi rendo conto che lottare contro i neologismi è una battaglia persa in partenza, anche a causa dell’ignorante bombardamento mediatico al quale siamo sottoposti pressoché quotidianamente. Soprattutto se ad un telecronista di una partita capita di dire, come ho sentito insieme a milioni di altri telespettatori, che le «tifoserie avversarie si sono interfacciate amichevolmente». Vorrei partire proprio dalla lingua. Nel mondo della globalizzazione, dove dilaga l’inglese ed è (a proposito di neologismi) un «must» avere una tata anglosassone, come mai ritiene essenziale per la formazione di un adolescente, al Liceo Classico, lo studio di lingue non più viventi? Le faccio un esempio. Due anni fa, all’Università Statale di Milano, l’esito di un concorso in materie scientifiche cui hanno preso parte le Scuole Superiori (fra cui anche Licei Classici e Licei Scientifici) della Regione Lombardia, ha visto tra i primi venti classificati, ben 7 studenti del Liceo Classico Berchet. Questo risultato, apparentemente poco coerente con un Liceo Classico, è ricordato da una targa esposta nell’atrio della scuola. Per non contare il fatto che ai primi due posti si sono classificate 2 studentesse sempre del Liceo Berchet. Per quel motivo, allora, il Liceo Classico «sforna» studenti bravi, e, a volte, migliori di altri? Il segreto (e mi riallaccio in particolare all’importanza dello studio delle c.d. lingue morte) è il Greco antico. Lo studio, non solo prettamente mnemonico, dell’analisi logica, delle declinazioni, delle coniugazioni, dei paradigmi e, infine, la traduzione della «versione» obbligano (e poi abituano) la mente ad uno studio analitico, prima, e sintetico, poi, del problema, che, per la sua profondità ed esaustività, non ha pari altrove ed è replicabile in ogni ambito, anche e soprattutto scientifico. È uno studio che apre la mente. Insomma, qui si studia il Greco non per andare in Grecia, ma per imparare ad usare la testa. E non mi faccia parlare del fatto che la drammaturgia greca ha scandagliato ed analizzato tutte le molteplici sfaccettature della psiche umana, dei suoi dilemmi interiori ed esteriori, delle problematiche individuali, sociali e statali…perché altrimenti La terrei qui per ore. I miei colleghi, amici e non, mi rimproverano di avere frequentato una Scuola – il Liceo Classico – ritenuta «superata» ed incapace di adeguatamente formare, oggigiorno, per i percorsi universitari successivi. Purtroppo devo confermare la Sua percezione. Ecco un dato: nell’Anno Scolastico 2002-2003 i nuovi iscritti sono stati 346; in quello corrente 2011-2012, invece, si sono dimezzati a 174. Ma il dato è più o meno questo negli ultimi cinque anni. Quali sono le iniziative intraprese per far fronte al calo e «stimolare» l’interesse dei giovani ad iscriversi? Molteplici. E i riscontri sono stati tutti positivi. Ad esempio, abbiamo avviato da quest’anno un corso di cinese, fuori dall’orario scolastico ed aperto a tutti. E le iscrizioni, grazie anche al fatto che le tariffe sono contenutissime e la qualità molto alta, hanno già dato il tutto esaurito. E, in via eccezionalmente sperimentale solo per quest’anno, stiamo facendo alcune lezioni di russo, impartite da una Professoressa madrelingua. Gli studenti vi partecipano con un interesse ed una curiosità entusiasmanti: ed applicano le stesse tecniche di studio del Greco antico anche al cinese ed al russo. E sa cosa Le dico? Paiono essere bravissimi! Vedremo. Le regole cardine del nostro diritto civile sono state ereditate dall’Antica Roma: l’eventuale introduzione di un corso di diritto fra le materie del Liceo Classico non potrebbe vieppiù attrarre chi, figlio di un magistrato o di un avvocato, ha una naturale vocazione per il diritto e sa già che si iscriverà, dopo la maturità, ad un corso di Giurisprudenza? Ma c’è già, seppure ancora nascosto nei commi di un testo di legge che non è stata ancora attuata, chiamato «Cittadinanza e Costituzione». Si tratta di un corso dedicato alla nostra Carta fondamentale, alla struttura della nostra democrazia, ai principi del vivere civile, alle regole che presiedono alla nascita delle leggi nel nostro Paese. L’implementazione del corso mi pare necessaria. Per due buone ragioni, una urgente e l’altra storica. Quella urgente, poiché i nostri ragazzi qui dentro compiono 18 anni e vanno a votare, e quindi non possono non sapere la differenza tra il Presidente della Repubblica ed il Presidente del Consiglio. Quella storica, poiché è un ex Berchettiano l’estensore della seconda parte dell’art. 3 della Costituzione, l’On. Lelio Basso. Fides, pietas, virtus…Questi sono solo alcuni dei mores maiorum, spina dorsale dell’Antica Roma repubblicana e gradualmente superate nell’età imperiale. In un’epoca, come la nostra, di decadenza dei costumi e di devastante crisi, il Liceo Classico non potrebbe farsi promotore, mutatis mutandis e tramite apposite iniziative culturali, di un nuovo mos mairoum, in un’ottica di reciproca ricerca di crescita? Sono temi sui cui insisto ogni anno, agli Open Day in cui presento la nostra Scuola ai genitori dei potenziali nuovi iscritti. Non è una novità che siamo in un’epoca di decadenza, quello che manca è la sensibilità di adottare, ad ogni livello della società, gli strumenti necessari per farvi fronte. Non solo il Liceo Berchet, quindi, ma tutti i Licei, o meglio, tutte le associazioni aventi scopo educativo, a partire dalla famiglia, devono coraggiosamente reagire alla decadenza, senza rassegnarsi. In particolare, occorre che famiglia, da un lato, e Scuola, dall’altro, stringano un’alleanza. La prima deve fidarsi della seconda, e viceversa. Non è possibile, infatti, che il papà di un alunno, solo in quanto avvocato, venga a contestarmi una sanzione di una trentina di euro da me applicata a suo figlio colto sul fatto a fumare. Né è accettabile che la mamma di un alunno, solo in quanto Professoressa all’Università, contesti ad una mia collega del Berchet le correzioni su una versione di greco fatta dal figlio. È importante cioè che le famiglie non «demoliscano» il ruolo del docente davanti agli occhi del figlio; se non lo gradiscono, forse è meglio cambiare scuola, altrimenti sono cinque anni in cui, senza rispetto del proprio maestro, l’alunno finisce con non imparare un bel niente. I mores maiourum di Roma che la rendono un Impero e, poi, l’Impero che si sgretola nel panem et circenses devono allora essere un monito. L’Italia del Dopoguerra aveva un grande slancio, culturale, intellettuale ed economico. Oggi tutto questo non c’è più: siamo purtroppo l’Impero che si sgretola. È nostro dovere recuperare l’originario slancio, prima che sia troppo tardi. Riscendo le scale, inebriato e pieno dalla chiacchierata che qui ho riportato solo in parte. Anche la mia valigetta pesa un po’ di più della salita di prima. Il Preside mi ha consegnato una copia dell’Annuario dedicato al Centenario del Berchet, 1911 – 2011. Nell’annata 1995-2000 ritroverò, qualche ora dopo, tutti i miei compagni. Χαίρε, Marco Sartori

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